di Ivan Quaroni
Il Bacio, 2023, olio su tela, 50×70 cm
La pittura di Giotto Riva è la conseguenza di una scelta meditata, l’assunzione della figurazione quale lingua privilegiata per raccontare il presente e rappresentare realtà che altre modalità espressive trascurano, come, ad esempio, la sfera emotiva degli individui. Si tratta di una scelta di campo che permette all’artista di cogliere aspetti che costituiscono la filigrana del quotidiano, una matrice appena visibile dietro la trama superficiale delle cose. Ma catturare questi aspetti con la pittura richiede disciplina, rigore, esercizio assiduo e una predisposizione vigile verso le inflessioni più sottili dell’esperienza. In tal senso, il periodo che Giotto Riva ha trascorso a Barcellona assume un rilievo essenziale. La formazione presso la Barcelona Academy of Art, che è una scuola a forte orientamento realista, condotta sotto la guida di Jordi Díaz Alamà, gli ha permesso di sviluppare, attraverso esercizi progressivi, copie da gesso, ritratti dal vero e un lavoro preparatorio basato sulla pittura monocroma, un metodo di lavoro estremamente rigoroso. L’insegnamento ricevuto insisteva, soprattutto, sulla centralità della luce e sulla misurazione accurata dei rapporti tonali. Tale disciplina ha finito per incidere profondamente sulla pratica di Giotto Riva, che ha costruito una grammatica basata sulla tecnica ottocentesca, una preparazione fondata su una costruzione lenta e cadenzata dell’opera.
La Strada, 2023, olio su tela, 55×55 cm
Lo studio del disegno, della struttura formale e delle masse luminose sono parte di un linguaggio che, però, l’artista è riuscito a declinare in una gestualità fresca e spontanea. Nonostante i suoi lavori siano rigorosamente composti attraverso una pletora di studi preparatori, bozzetti e grisaille che orientano le successive stesure cromatiche e benché l’opera maturi in una decantazione progressiva e meditata, la stesura finale riesce sempre vivida, intensa, non priva di una certa felice immediatezza. Giotto Riva, infatti, attribuisce un valore decisivo alla sincerità e considera la pittura come un atto che implica la personale esposizione dell’artista, uno svelamento pubblico della sua sensibilità, della sua interiorità. Spesso l’artista adatta alla pittura l’espressione attribuita a Ernest Hemingway “sedersi alla macchina da scrivere e sanguinare”[1], per intendere che dipingere sulla tela significa lasciar affiorare la parte più fragile della propria personalità. C’è, in questa attitudine, una tensione quasi psicoanalitica, una volontà di disanima intesa come ascolto delle correnti emotive che precedono il gesto.
Il Conflitto, 2025, olio su tela di lino., 100×150 cm
Giotto Riva ascolta tali vibrazioni e le traduce nelle modulazioni atmosferiche della sua pittura, intrecciando abilmente le diverse gradazioni degli stati d’animo con i lampi intermittenti della memoria. I riferimenti culturali evocati dall’artista delineano una genealogia linguisticamente variegata, ma concettualmente compatta. Il Realismo europeo di fine Ottocento indirizza lo sguardo verso l’interesse dell’artista per il quotidiano, ad esempio, mentre la tradizione postimpressionista, da Paul Cézanne a Édouard Vuillard, imprime una marcatura luminosa, capace di modellare le scene dei suoi dipinti in delicate sfumature. Alla Scapigliatura e ad artisti come Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni, si deve il lato forse più inquieto dello stile di Riva, quello incline alla rappresentazione di stati fuggevoli e transitori. La passione per i Poètes maudits suggerisce, invece, una vocazione per il lato oscuro, per le zone d’ombra e le esistenze marginali. Riva riconosce, infatti, il lascito essenziale di certa tradizione francese, quella che va da Charles Bargue a Jean-Léon Gérôme fino a John Singer Sargent, come pure della figurazione spagnola derivata da Joaquín Sorolla, autentica matrice luminosa. Secondo l’artista, infatti, esiste un “filo emotivo” capace di attraversare le epoche e riaffiorare in forma di intuizione, una specie di legame sotterraneo che alimenta la sua pratica pittorica.
Still Alive, 2019, olio su tela, 50×60 cm
La sua produzione si articola attraverso un’equilibrata commistione di rigore tecnico e predisposizione sensibile in cui la figurazione assume un ruolo essenziale. Secondo la sua visione, un’opera dovrebbe sempre generare un’immediata comprensione e facilitare l’avvicinamento del pubblico all’esperienza artistica. La figura umana è spesso centrale nella sua pittura, proprio perché riesce a trasmettere un’affettività che trascende la singola rappresentazione. Per Riva, infatti, ogni immagine possiede una sorta di risonanza emotiva che può essere resa attraverso gli elementi fondanti della pittura: la luce, il gesto, il colore. La fotografia è un elemento che accompagna il suo iter creativo con naturalezza. Le immagini fotografiche di partenza, però, vengono filtrate attraverso schizzi e studi preparatori che precedono l’esecuzione del quadro. In questo modo i suoi dipinti prendono forma attraverso una lenta progressione, fino a raggiungere il giusto grado di densità emotiva.
La Notte, 2026, olio su tela di lino, 100×150 cm
Nelle sue opere è spesso la presenza di particolari marginali e dettagli secondari ad aprire il campo percettivo e a introdurre nella scena l’irruzione del quotidiano. È una predisposizione che evidentemente emerge soprattutto nelle nature morte che catturano minuzie della dimensione più prosaica dell’esistenza. Opere come Still Alive (2019), Natura morta con caraffe (2025), Natura morta con d’acqua (2025) e Natura morta I limoni (2025) mostrano un’attenzione allenata a cogliere gli oggetti con gesti reiterati e abitudini sedimentate. Giotto Riva è un pittore interessato alla materia, capace di costruire con le texture, i volumi, i tagli di luce un racconto che trascende l’evidenza di ciò che è strettamente rappresentato su tela. Non solo la densità materica conferisce spessore agli oggetti ritratti, ma li trasforma in entità dotate di una potenza silenziosa. A questa linea appartengono, per esempio, anche dipinti come Dessert (2025) e Spicy Nights (2023) che colgono in close up particolari di una sequenza quasi filmica, che apre a molteplici possibilità interpretative.
Natura Morta con Caraffe, 2025, olio su tela, 50×50 cm
I dipinti di ambientazione urbana seguono la stessa linea, sembrano frammenti di una storia di cui siamo chiamati a ricostruire la trama. La strada (2023) e Il bacio (2020) sospendono la narrazione in un tempo indefinito. Sembrano fotogrammi di una pellicola a cui la pittura dona, però, una più intensa vitalità. L’interesse dell’artista per la qualità emotiva dell’istante si coglie nel modo in cui riesce a restituire le sottili vibrazioni dello stato d’animo dei protagonisti. Lo stesso si può dire di El Jaleo (2023), dove l’eco della tradizione iberica filtra attraverso una luminosità scaturita da segni gestuali rapidi e guizzanti, che vivificano dinamicamente la figura.
Natura Morta, I Limoni, 2025, olio su tela, 40×60 cm
Una diversa strutturazione dell’immagine compare in Com’era bello ballare (2025), opera dal sapore postmoderno che articola la scena su due registri distinti. La zona superiore, impostata su una gamma di grigi, sembra affiorare da una lontana memoria rimossa (i personaggi hanno tutti una banda censoria sugli occhi per occultarne l’identità), mentre la parte inferiore rielabora una scena analoga con ritmo più dilatato, modulato in una timbrica verdastra che imprime una atmosfera più distesa. Una diversa strutturazione dell’immagine compare in Com’era bello ballare (2025), opera dal sapore postmoderno che articola la scena su due registri distinti. La zona superiore, impostata su una gamma lattiginosa di grigi, sembra affiorare da una lontana memoria rimossa (i personaggi hanno tutti una banda censoria sugli occhi per occultarne l’identità), mentre la parte inferiore rielabora una scena analoga con ritmo più dilatato, modulato in una timbrica verdastra che imprime una atmosfera più distesa. Le due parti generano un ritmo diseguale che enfatizza la complessa scansione temporale della narrazione.
Com’era bello ballare, 2025, olio su tela, 50×40 cm
Le composizioni di scala maggiore ampliano ulteriormente questa ricerca. Un’opera corale come Il Conflitto (2025) articola l’immagine come un organismo attraversato da correnti simultanee. Le masse dei corpi, colti nella frenesia quasi orgiastica della rissa, disegnano direttrici interne che la luce orchestra in un ordinato diagramma geometrico di sapore rinascimentale. Tra i dipinti corali c’è, paradossalmente, anche la piccola tela Indulgenze (2025), dove Riva crea una composizione meno esplosiva, privilegiando un registro espressivo fatto di gesti composti e trattenuti.
Le Sette Virtù, 2025, olio su tela, 20×25 cm
Nel grande dipinto intitolato La Notte (2025), protagonista è la personificazione femminile delle tenebre, modulata secondo i canoni della pittura simbolista e decadente nelle sembianze di una ideale femme fatale. Vengono in mente Arnold Böcklin, Puvis de Chavannes, ma anche il nostro Aristide Sartorio, quello più dannunziano. Accanto a tali lavori il Dittico del Pianto (2025) introduce un registro più intimo, in cui la pittura si distende per frammenti affettivi, schegge liriche che affiorano da lontani ricordi.
Spicy Nights, 2023, olio su tela, 30×40 cm
Per Giotto Riva la pittura è anzitutto uno strumento conoscitivo capace di riportare l’esperienza al centro dell’immagine. Le sue immagini ordinano secondo una logica sensibile gli afflati lirici e gli slanci affettivi, facendoli vibrare fin nei più minimi dettagli in modo da creare una profonda risonanza emotiva nello spettatore. Una pittura che è capace di fare questo è quella non solo capace di ricollegarsi alla sua dimensione originaria, ma anche di ritrovare il proprio fondamento ontologico. Che è poi quello di eccedere l’esperienza ordinaria, offrendosi come un residuo ineludibile che restituisce alla vita la sua parte più segreta, trasformandola in una traccia persistente che continua a operare sotto la soglia della nostra coscienza.
Dessert, 2025, olio su tela, 25×35 cm
[1] In realtà la celebre frase “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”, generalmente attribuita a Hemingway, non compare in nessuno dei suoi libri. Viene usata, di solito, per commentare il suo approccio doloroso e sincero alla creazione letteraria.
Natura morta con Bicchier d’acqua, 2025, olio su tela, 30×55 cm
Testo scritto in occasione di un evento corporate organizzato da Fondazione Maimeri
Fondazione Maimeri, Corso Cristoforo Colombo 15, Milano
























































































































